Don’t Let Me Go – Recording session at Fisher Lane Studio

Non so chi di voi abbia avuto il piacere di ascoltare Don’t let me go. Un gran pezzo, davvero.

E quel pezzo, così come lo potete ascoltare, profuma del verde grigio delle campagne del Surrey, di vecchi paesini, un pub vecchio di 300 anni, e uno studio che non a caso chiamano “la fattoria”.

La canzone in se è nata prima, all’inizio dell’estate; un pezzo delicato, nato in fretta, con una forza nuova: tutti ci stupimmo per quanto naturale sembrava mettere insieme melodie, accordi e arrangiamenti minimi, pentole tamburi e parole. Le parole giuste, senz’altro aggiungere. Semplice, emozionante. Un panorama inedito per noi, un nuovo modo di cantare, un nuovo modo di pensare.

Ma torniamo a quelle verdi giornate. Siamo ad agosto, il tempo non dei migliori. Uno studio che per Federico dev’essere stato qualcosa come l’Eden. In un magazzino a fianco dello studio, tonnellate di vecchie tastiere e macchine preziose, come quel mellotron perfettamente conservato che produce I celestiali choir sul middle eight, o quell‘hammond sporco e potente. Quello era lo studio dei Genesis, e dei Genesis sono tutte quelle tastiere. Un po’ meno esaltante il parco amplificatori, ma tant’è.

Custodi di questo olimpo dei tasti bianchi e neri sono due vecchi roadie dei Genesis, ormai a riposo. Vivono là, aggiustano quelle macchine che conoscono tanto bene, preparano colazione. Raccontano storie, storie di tour. Tour mastodontici. E quanto si mangia!

James ci ha raggiunti presto, ha diretto le registrazioni come ormai consueto, da qualche anno a questa parte. Southern Comfort è stato il nome del mal di testa di Fab dopo una lunga sessione serale di voci, ed un paio di corse nei campi con tanto di pantaloni sbrindellati sul filo spinato. Non si è fatto male, don’t worry. Ed il giorno dopo ha cantato anche meglio. Devo dire che al Southern Comfort preferiamo vero scotch, ma tant’è.

La canzone ha cambiato aspetto, si è infittita di fibre, è ingrassata sui ritornelli, quella verde atmosfera ha tinto di sconfinato le ritmiche, ha acquisito aria, spazio. Una vecchia Gretsch e tante latte di birra, e un’ospite nuovo: Tamara Schlesinger, dei 6 Day Riot, ad accarezzare quel middle eight con una voce un po’ bambina, un po’ birichina. Lei adesso è in tour con la sua band, ogni bene, auguri Tamara.

Ancora tra le pieghe di quei giorni trovo dei grandi ensemble per pentole, nella sala di ripresa in otto, attorno ad un panoramico, ognuno con un rullante o un timpano. Tutti, compresi Marco e Cristiano, a battere come dannati. A James piace fare queste cose. A James piace anche farci cantare tutti. E lui se la ride. E fa bene.

Sono stati giorni densi, come il fumo che sale dai focolai nei campi d’autunno. O come quello delle caldarroste nelle piazze lastricate. Anche se era agosto, pazienza.

Sono stati mesi densi, e piano piano, su questo blog, spalmeremo qualche chiacchiera come marmellata su di un pezzo di pane. Piano piano, cose vecchie e cose nuove.

Così che ascoltando questa ballata, un po’ vi sentiate addosso quell’odore di verde e grigio, quelle staccionate e quell’antenna parabolica in giardino. Sarà servita a parlar con gli alieni??

 

FRA

 

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Welcome Post

Vorremmo iniziare questa avventura del blog con un welcome. Per due motivi. Il primo è perché siamo di ritorno dall’Inghilterra, e quale miglior modo per iniziare, se non con un tocco anglosassone. E poi un welcome auto-riferito, perché con molto piacere ci vediamo calcare nuovamente i palchi di questo paese, che è la lunga Italia, che tanto ci sta a cuore. Non nascondo che c’è un pizzico di disorientamento. Non va dimenticato che nella carriera di una band, tre anni, tanto è il tempo che abbiamo passato oltremanica, sono un’eternità. Se si considera poi che in questi tre anni abbiamo lavorato ad un album, Ruins’ Hotel, e abbiamo girato tutta l’Inghilterra in concerto, questo tempo diventa una vita. È quindi strano tornare nel proprio paese, dove i tempi sono diversi, il pubblico è diverso, le dinamiche sono diverse. Il tutto è condito di curiosità, grande curiosità, perché vuoi vedere se, così come nell’esperienza inglese avevi cercato di portare sul palco la tua identità, ora riesci a portare un po’ di quel mondo, che con molto sforzo eri riuscito a far tuo.

E siamo qui, quindi, complice una partnership nata per caso, quella con Save the Children, di cui parleremo nei post a venire, a ripartire in un paese che molto ci ha insegnato dieci anni fa, quando Hana B prese forma, e che all’estero ci è capitato di perdere un po’ per strada. Perché è un processo necessario all’integrazione, il dimenticare. Un temporaneo tabula rasa che ti permette di essere fertile e ricettivo al massimo rispetto agli stimoli che vengono dalla cultura che ti ospita. Questo, che sul momento è un processo invisibile, direi quasi istintivo, diventa chiaro e definito quando torni, seppur per un breve periodo. Ed è ora che ti accorgi quanto ti sei arricchito, e vorresti prendere tutta quest’energia acquisita, e buttarla sul palco, in studio, in ogni espressione della nostra musica. Ciò non toglie che si impara sempre, anche ora di ritorno su palchi italiani, e quando a breve ritorneremo su palchi all’estero, ci porteremo tutto ciò che questi mesi ci hanno dato e ci daranno.

Insomma, nell’augurio di poter portare avanti questo blog nel migliore dei modi, apro ufficialmente le danze.

FEDE

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